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Che cos’è davvero il Facility Parco Agrisolare nel PNRR

Il Facility Parco Agrisolare è una misura finanziata dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), inscritta nella Missione 2 “Rivoluzione verde e transizione ecologica”, Componente 1, finalizzata a sostenere la transizione energetica del settore agricolo e agroindustriale italiano con finanziamenti per impianti fotovoltaici.

Dotazione finanziaria: circa 789 milioni di euro.
Normativa di riferimento: Decreto ministeriale n. 681806 del 17 dicembre 2025 del Ministero dell’Agricoltura della Sovranità Alimentare e delle Foreste (MASAF).

Scopo ufficiale dichiarato: promuovere l’installazione di impianti fotovoltaici per l’autoconsumo energetico aziendale, ridurre i costi energetici delle imprese agricole e agroindustriali e contribuire agli obiettivi climatici senza consumo di nuovo suolo agricolo.

Per approfondire il bando ufficiale parco agrisolare e la normativa:
• Sito ufficiale Parco Agrisolare PNRR — https://www.parcoagrisolarepnrr.it/
• OpenPNRR – dettaglio della misura PNRR Parco Agrisolarehttps://openpnrr.it/misure/77/

Come funziona (requisiti essenziali)

La misura non finanzia l’installazione di impianti a terra su terreni agricoli per produzioni energetiche diffuse, né la costruzione di “parchi solari” su suolo libero.

Gli interventi finanziabili sono:

  • **Installazione di pannelli fotovoltaici su coperture di edifici già esistenti utilizzati per attività agricole, zootecniche o agroindustriali (capannoni, stalle, magazzini, strutture produttive).
  • Possibili interventi complementari come bonifica e rimozione dell’amianto, coibentazione delle coperture, isolamento termico e sistemi di accumulo elettrico.
  • Nel caso di autoconsumo condiviso (reti di autoconsumatori o comunità energetiche), è possibile aggregare più utenti in un unico progetto.

Il principio guida dichiarato: evitare consumo di suolo.

Perché non è possibile usare suolo agricolo libero

Contrariamente a molti fraintendimenti, il decreto non consente di finanziare impianti a terra su campi o terreni agricoli, nemmeno se l’obiettivo è “agricoltura + fotovoltaico” in senso ampio (agrivoltaico):

Il bando è vincolato all’utilizzo di edifici e coperture esistenti; non contempla l’uso diretto del terreno agricolo libero per pannelli fissi o grandi installazioni energetiche.

Le normative PNRR prevedono che le risorse non generino “significativi danni” (DNSH – Do No Significant Harm), con l’intento di evitare consumo di nuove superfici.

In altre parole:
a fotovoltaico su tetti e coperture aziendali.
No a pannelli installati direttamente a terra su terreni agricoli non edificati.

Questo significa che la grande maggioranza dei terreni agricoli semplicemente non rientra nei criteri del bando, a meno che non vi siano edifici o strutture su cui si può intervenire.

 

Il paradosso reale: vincoli normativi contro consumi di suolo

Il testo ufficiale del Facility Parco Agrisolare ribadisce più volte che l’intervento deve essere senza consumo di nuovo suolo agricolo, e che la base tecnica del finanziamento è l’edificio preesistente.

Tuttavia, nella pratica operativa del PNRR italiano il rischio resta concreto che:

  • Imprese e operatori, pur di accedere ai contributi, spingano per ampliamenti edilizi o nuove strutture collegate ai capannoni.
  • Il mercato energetico e fondi di investimento con capacità finanziaria maggiore possano aggregare edifici agricoli e aree produttive, aumentando indirettamente la “sostituzione dell’agricoltura” con infrastrutture energetiche.

Questa deriva è tanto più problematica se si considera che non esiste una disciplina chiara e coerente sull’agrivoltaico che consenta di coniugare pienamente produzione agricola e produzione energetica su suolo libero, pur restando nelle linee delle direttive europee (Farm to Fork, ecc.).

Il nodo della semantica: Parco Agrisolare vs Agrivoltaico

Un punto di grande confusione è che il termine “agrisolare” non è sinonimo di agrivoltaico.

Agrisolare — indica tecnologie fotovoltaiche su strutture esistenti legate alle aziende agricole (capannoni, tetti di stalle, magazzini).
Agrivoltaico — in senso stretto indica l’installazione di pannelli solari sopra i terreni agricoli in modo compatibile con la coltivazione o l’allevamento sottostante.
In Italia questa seconda modalità è regolata da normative diverse e richiede requisiti specifici di idoneità territoriale che non rientrano negli stanziamenti del Facility Parco Agrisolare.

Il Facility Parco Agrisolare è certamente uno strumento importante per sostenere la transizione energetica delle imprese agricole italiane. Tuttavia, nell’impostazione attuale:

Non previene davvero il consumo di suolo agricolo, perché semplicemente non contempla né incentiva impianti a terra su terreno libero.
Il limite di autoconsumo e installazione su edifici esistenti rischia di spingere operatori a modificare edifici e capannoni già esistenti come strategia per accedere ai fondi, anziché promuovere un uso coerente e sostenibile del territorio.
La confusione terminologica tra “agrisolare”, “agrivoltaico” e “fotovoltaico rurale” viene usata troppe volte per giustificare progetti che in realtà possono comprimere l’agricoltura reale nel lungo periodo.

In mancanza di una normativa chiara che consenta realmente impianti solari compatibili su suolo agricolo, e di una rigorosa governance territoriale, questo tipo di misure rischia di dare una facciata green a pratiche che non tutelano veramente né il suolo né la sicurezza alimentare.

La rivoluzione solare dal basso: quando l’energia cambia direzione

C’è una rivoluzione silenziosa che si diffonde dal Pakistan al Kenya, dall’India rurale all’America Latina. Non è armata, non è ideologica, ma potenzialmente sovversiva: è la rivoluzione “solare dal basso”.
Un cambiamento che non parte dai governi o dalle multinazionali, bensì dai tetti delle case, dai villaggi e dalle periferie dimenticate. Un processo che potrebbe riscrivere gli equilibri energetici, economici e persino politici del XXI secolo.

In appena quindici anni, il costo dei pannelli fotovoltaici è diminuito di oltre il 90%. Ciò che un tempo era simbolo di avanguardia tecnologica o di lusso ecologista oggi è diventato accessibile anche per le famiglie dei paesi poveri.

Oggi, un piccolo impianto solare domestico può essere installato per meno di un dollaro al watt in molte regioni del mondo in via di sviluppo. In paesi come il Pakistan, dove la rete elettrica è instabile e i blackout quotidiani, il solare non è più un vezzo “verde”: è una necessità di sopravvivenza economica e sociale.

La caduta dei costi, unita alla facilità di installazione, ha reso possibile ciò che fino a pochi anni fa era impensabile: l’indipendenza energetica delle comunità locali.

L’energia solare decentralizzata è il motore di una nuova forma di autonomia: quella dei villaggi scollegati dalla rete principale.
Nel Sindh pakistano, in alcune aree del Bangladesh e del Sahel africano, stanno nascendo microreti comunitarie, piccole centrali solari condivise che forniscono elettricità a scuole, officine, pompe idriche e abitazioni.

Queste iniziative, spesso promosse da cooperative locali o da ONG internazionali, trasformano radicalmente la relazione fra cittadini e Stato: il potere di “accendere la luce” non passa più dal centro, ma dalle mani di chi vive ai margini.

Il ruolo del microcredito energetico

Una delle innovazioni più decisive non è tecnologica, ma finanziaria.
Il modello del microcredito “pay-as-you-go”(1) — già sperimentato in Africa orientale — permette a famiglie povere di acquistare piccoli impianti solari a rate, pagando tramite app o SMS.

Ogni pagamento non solo estingue il debito, ma costruisce un credit score che può servire ad accedere ad altri servizi finanziari.
L’energia solare diventa così la porta d’ingresso all’economia digitale, un innesco di emancipazione economica per milioni di persone.

Effetti sociali e politici di una rivoluzione silenziosa

La diffusione del solare “dal basso” non è solo una questione di kilowatt.
Significa più istruzione (grazie all’illuminazione notturna), più salute (grazie alla refrigerazione dei vaccini), più lavoro (grazie a macchine e attrezzi alimentati localmente).
Ma significa anche meno dipendenza da governi inefficienti e da oligopoli energetici che, per decenni, hanno monopolizzato la produzione e la distribuzione.

In questo senso, l’energia solare può diventare uno strumento politico, capace di ridisegnare i rapporti di potere.
Un contadino che produce la propria energia è meno vulnerabile alla corruzione, ai rincari o ai ricatti energetici. È più libero — e la libertà, in molte aree del mondo, è già una rivoluzione.

La strada, tuttavia, non è priva di ostacoli.
Servono batterie più economiche e durevoli, tecnici qualificati per la manutenzione, regole chiare per la connessione alla rete, e soprattutto una governance che favorisca — anziché frenare — la produzione distribuita.

Molti governi, infatti, temono la perdita di controllo sulle infrastrutture energetiche. Altri impongono tasse o dazi sui pannelli importati per proteggere i produttori nazionali, rallentando la transizione. Ma la forza di questa rivoluzione risiede nella sua inevitabilità: la curva dei costi scende più velocemente delle barriere politiche.

Entro il 2035, secondo le stime dell’IRENA (International Renewable Energy Agency), oltre un miliardo di persone potrebbe accedere all’elettricità grazie a sistemi solari off-grid.
È una rivoluzione dal basso, perché parte dalle periferie del mondo e si diffonde per contagio economico, non per decreto.

Come il microcredito negli anni 2000, l’energia solare potrebbe essere la prossima grande leva di emancipazione globale.
E forse, tra i tetti di lamiera di un villaggio pakistano o africano, si sta già scrivendo una nuova storia dell’energia: quella in cui il sole, finalmente, non splende solo per i ricchi.

(1) 

“Pay-as-you-go” significa letteralmente “paga mentre usi” o “paga man mano che consumi”.

Nel contesto dei sistemi solari (o più in generale dei servizi energetici e digitali), indica un modello di pagamento a consumo o a rate flessibili, dove l’utente non deve pagare tutto subito, ma può:

  • usare subito il servizio o il prodotto (es. un piccolo impianto solare domestico);
  • pagare poco alla volta, ad esempio ogni settimana o ogni mese, tramite cellulare, SMS o app;
  • e, una volta terminati i pagamenti, diventare proprietario dell’impianto.

L'alternativa intelligente al consumo di suolo agricolo

Negli ultimi anni si è parlato molto di fotovoltaico in agricoltura, ma non sempre nel modo giusto.
In molte regioni italiane, l’espansione indiscriminata di impianti a terra ha sollevato polemiche: campi produttivi trasformati in distese di pannelli, perdita di suolo coltivabile e conflitti tra energia e agricoltura. Eppure, una soluzione c’è — ed è già a portata di mano: installare il fotovoltaico là dove l’agricoltura vive davvero, cioè su serre, capannoni e strutture zootecniche.

L’agricoltura è per sua natura una grande utilizzatrice di spazio, ma anche una grande consumatrice di energia.
Pompe per l’irrigazione, ventilatori, impianti di mungitura, refrigerazione, illuminazione: ogni attività agricola richiede elettricità costante, e spesso costosa.
L’idea di produrre questa energia direttamente in azienda è quindi logica, ma non deve avvenire a scapito della terra coltivata.

Installare pannelli sui tetti delle stalle, dei magazzini o delle serre consente di trasformare l’azienda in un piccolo produttore energetico, senza sottrarre un solo metro di suolo fertile.
È una forma di autonomia energetica pulita e compatibile con l’agricoltura, che non solo rispetta la terra, ma la valorizza.

Serre fotovoltaiche: coltivare luce e energia insieme

Le serre rappresentano una delle applicazioni più promettenti del fotovoltaico integrato.
Oggi le tecnologie permettono di utilizzare moduli semi-trasparenti o vetro-vetro, capaci di far passare la luce necessaria alla fotosintesi e allo stesso tempo generare elettricità.
Con una progettazione attenta — modulando inclinazione, spaziatura e orientamento — è possibile ottenere un equilibrio ideale: meno stress per le piante, microclima più stabile e produzione elettrica significativa.

In questo modo, l’energia solare non si sostituisce alla produzione agricola, ma la accompagna.
È un modo intelligente di far coesistere due esigenze: nutrire la popolazione e alimentare il sistema energetico in modo sostenibile.

Anche negli allevamenti il fotovoltaico trova terreno fertile — in senso figurato.
Le coperture di stalle, fienili e depositi rappresentano superfici ideali per installare impianti solari senza alcun impatto sul paesaggio o sull’uso agricolo del suolo.
In più, i pannelli contribuiscono a ridurre l’irraggiamento diretto, migliorando il comfort termico degli animali nei mesi estivi.

Si tratta quindi di una doppia opportunità: benessere animale e risparmio energetico.
Naturalmente, è importante utilizzare materiali resistenti agli ambienti corrosivi tipici degli allevamenti (dove è presente ammoniaca) e garantire un dimensionamento strutturale adeguato. Ma i vantaggi, anche economici, sono ormai evidenti.

L’uso sconsiderato dei terreni agricoli per impianti fotovoltaici a terra rischia di creare un danno ambientale e culturale: campi sottratti alla produzione, paesaggi alterati, biodiversità compromessa.
Spostare la prospettiva verso coperture e strutture già esistenti significa invece conciliare energia e agricoltura, trasformando il fotovoltaico da nemico del paesaggio rurale a suo alleato.

Ogni stalla, ogni serra, ogni tetto agricolo rappresenta una centrale potenziale che può produrre energia pulita senza alcuna nuova cementificazione.
È la via più coerente con i principi dell’economia circolare e con le politiche europee sulla transizione verde, che promuovono l’uso efficiente delle risorse e la tutela del suolo agricolo.

Dal punto di vista tecnico, le soluzioni oggi disponibili rendono tutto questo concretamente possibile.
I moduli fotovoltaici ad alta efficienza consentono di sfruttare ogni metro quadrato di tetto, mentre i microinverter e i sistemi di monitoraggio intelligente ottimizzano la produzione anche in presenza di ombreggiamenti o orientamenti diversi.
Aggiungendo batterie di accumulo e sistemi di gestione dei carichi, l’azienda può consumare gran parte dell’energia che produce, riducendo drasticamente la dipendenza dalla rete.

E tutto ciò senza intaccare la vocazione agricola del territorio.
Anzi, in molti casi si migliora la produttività, riducendo stress termico e fabbisogno idrico delle colture o degli animali.

L’agricoltura del futuro non è più soltanto produzione alimentare: è anche produzione energetica sostenibile.
Un agricoltore che installa pannelli fotovoltaici sulla propria azienda non “abbandona la terra” — la difende.
Evita che il suolo venga destinato a impianti industriali, mantiene attiva la filiera agricola e riduce le emissioni di CO₂.

È un modello di energia diffusa e intelligente, dove ogni azienda diventa parte della soluzione climatica, senza compromettere la sua missione principale: coltivare, allevare e custodire il territorio.

Il fotovoltaico su serre e allevamenti è molto più di una tecnologia: è un atto di equilibrio tra energia e agricoltura.
È la dimostrazione che innovazione e tutela del suolo possono andare nella stessa direzione.
Se usato con criterio e competenza, il sole può alimentare non solo le reti elettriche, ma anche una nuova cultura agricola, fatta di efficienza, rispetto e futuro.

Perché il vero progresso non nasce dal consumo di terra, ma dalla capacità di valorizzarla senza distruggerla.

di Francesco Suman

Quando il cambiamento climatico diventerà irreversibile? Questa domanda è fondamentale per "il mondo che verrà", tema che è stato scelto come titolo del Cicap Fest di quest'anno. La domanda è più che legittima, tuttavia ha dei problemi nel modo in cui è formulata.

È problematica perché delinea implicitamente, seppur in modo intuitivo, che cosa sia il cambiamento climatico e come dovrebbe agire. In altri termini nella domanda sono presenti quelle che in gergo scientifico si chiamano delle assunzioni implicite. Se ci chiediamo “quando il cambiamento climatico diventerà irreversibile” ci aspettiamo che la risposta sia una certa data, in un futuro più o meno lontano. Ed è proprio qui l’errore.

Se dovessi dare la risposta breve direi che il cambiamento climatico è già irreversibile, nel senso che la temperatura del pianeta è già salita a causa dell’azione antropica e il cambiamento climatico è già in atto. Più precisamente sappiamo che dall’era preindustriale a oggi, quindi negli ultimi 200-250 anni circa, la temperatura del pianeta è salita di 1,1°C. Pensate se invece di andare in giro con una temperatura corporea di circa 36,5°C doveste andare a lavoro o a scuola con una temperatura corporea stabile a 37,6°C. Sarebbe alquanto faticoso, sareste in affanno, esattamente come il pianeta oggi è già in affanno.

Non solo: gli studi che sono stati fatti dagli ultimi rapporti dell’IPCC, il gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici, ci dicono chiaramente che se l’uomo non avesse abitato il pianeta nell’ultimo paio di secoli la temperatura del pianeta si sarebbe alzata di 0,02°C. Il riscaldamento globale e il cambiamento climatico dunque sono già in atto e sono interamente responsabilità dell’uomo.

cambiamento climatico

Bias cognitivi

Questa la risposta breve. Ma visto che abbiamo un po’ di tempo possiamo provare a capire meglio il cambiamento climatico, che è un fenomeno alquanto complesso e difficile da osservare direttamente per noi piccoli esseri umani che siamo abituati a focalizzare la nostra attenzione sulle nostre attività quotidiane.

Certo, possiamo sentire il caldo sulla nostra pelle, ma il meteo è cosa diversa dal clima. I nostri sensi non sono in grado di percepire i microscopici aumenti di temperatura che anno dopo anno si accumulano. Il cambiamento climatico è un fenomeno fuori scala per il nostro sistema cognitivo e per questo ancora oggi molti dicono “ma dov’è questo cambiamento climatico? Io non lo vedo”. Nel negare, o anche solo ignorare il cambiamento climatico, impersoniamo alla perfezione il principio della rana bollita, secondo cui una rana nuota liberamente in una pentola sotto cui è acceso un tenue fuocherello, che a poco a poco scalda l’acqua ma lo fa troppo lentamente perché la rana se ne accorga. La rana continuerà a pensare che va tutto bene perché non coglierà la differenza di temperatura, fino a che la pentola inizierà a bollire e la rana si troverà bollita.

Se non vogliamo fare la fine della povera rana non dobbiamo affidarci esclusivamente ai nostri sensi, dobbiamo allargare lo sguardo e indossare le lenti della scienza, che indaga cause ed effetti dei fenomeni naturali. Vi parlerò allora prima delle cause e poi degli effetti del cambiamento climatico.

Vi anticipo subito che alcuni di questi effetti sono già irreversibili, come lo scioglimento dei ghiacci, l’innalzamento del livello dei mari, l’acidificazione degli oceani. Una volta avviati questi processi non sono arrestabili tirando semplicemente il freno a mano. Questi processi li abbiamo già innescati, sono già irreversibili. Quello che è ancora in nostro potere è provare a contenere la gravità di questi fenomeni e questo dipende da quanto saremo in grado di fare nei prossimi anni in termini di riduzione delle emissioni e quindi di riduzione della temperatura del pianeta.

Ogni decimo di grado al di sopra del limite soglia di 1,5°C di riscaldamento globale stabilito dagli accordi di Parigi nel 2015 porterà ulteriori gravissimi impatti non solo sugli ecosistemi naturali ma anche sulla società e sui sistemi produttivi quali agricoltura, pesca, gestione delle foreste. Starà a noi rendere più o meno gravi, più o meno irreversibili gli effetti del cambiamento climatico che è già in atto.

Cause

Come sapete, la causa del riscaldamento globale sono le emissioni dei gas a effetto serra o gas climalteranti. La CO2, l’anidride carbonica, è il principale, ma non il solo, responsabile dell’effetto serra. È presente in piccolissime percentuali in atmosfera, ma siccome questa molecola è in grado di trattenere il calore della radiazione solare, se noi aumentiamo la concentrazione di CO2 in atmosfera, aumentiamo anche la quantità di calore che questa trattiene. Dobbiamo immaginarci l’anidride carbonica in atmosfera come una sorta di coperta stesa sopra di noi che trattiene il calore che noi emettiamo e che arriva dal sole. Più CO2 immettiamo in atmosfera, più spessa diventa questa coperta e più caldo fa sotto questa coperta.

Pensate che negli ultimi 800.000 anni la concentrazione di CO2 in atmosfera è sempre oscillata tra le 180 e le 280 ppm (parti per milione). Da circa metà del XX secolo abbiamo sforato le 300 ppm e da lì è stata un’ascesa inarrestabile. Intorno al 2016 abbiamo superato le 400 ppm e oggi siamo sopra le a 410 ppm.

Questo perché dalla rivoluzione industriale in avanti abbiamo immesso in atmosfera quantità crescenti di anidride carbonica e altri gas a effetto serra come il metano o gli ossidi di azoto che tuttavia vengono sempre calcolati in termini di anidride carbonica equivalente. L’ultimo anno le nostre attività industriali, il riscaldamento domestico, il sistema dei trasporti, il sistema agricolo e tutte le altre attività produttive della nostra società dei consumi hanno emesso in atmosfera l’equivalente di circa 45 miliardi di tonnellate di anidride carbonica (anche se le stime variano). Circa i 3/4 delle emissioni totali provengono dal settore dell’energia (36 miliardi di tonnellate di CO2/eq nel 2021), un settore retto dai combustibili fossili, ovvero carbone, petrolio e gas, che dobbiamo quindi ripensare completamente, che dobbiamo decarbonizzare.

Quali sono le conseguenze di tutte queste emissioni che causano il riscaldamento globale? A questo tema è dedicato tutto un altro rapporto dell’IPCC pubblicato a febbraio di quest’anno.

Effetti già provocati

Come vi dicevo più calore in atmosfera, trattenuto dalla CO2, significa più energia in atmosfera. E prima o poi questa energia si scarica a terra, in una forma o nell’altra. Può essere tramite ondate di calore, come quella che ha colpito l’India poche settimane fa, che ha provocato danni all’agricoltura e ad altri sistemi produttivi. Ma può essere anche tramite precipitazioni più abbondanti, quelle che ogni tanto chiamiamo bombe d’acqua, o più correttamente nubifragi, o vere e proprie tempeste tropicali, che provocano ugualmente danni all’agricoltura e ad altri sistemi, ma questa volta tramite alluvioni e allagamenti. Capite bene quindi che siccità estrema e piogge estreme sono due fenomeni apparentemente opposti ma in realtà sono due facce della stessa medaglia, ovvero la maggiore quantità di calore in atmosfera.

Il rapporto dell’IPCC dice chiaramente che ondate di caloresiccità alluvioni si stanno verificando con frequenza e intensità già aumentate rispetto al passato e il loro impatto si è già fatto sentire, sia sugli ecosistemi naturali, sia sulla società e l’economia.

Il cambiamento climatico ha già ridotto la crescita economica in Africa (per quanto riguarda ad esempio un rallentamento della crescita della produttività agricola) dagli anni ‘60 a oggi e ha già aumentato le disuguaglianze di reddito Paesi Africani e Paesi del nord a climi temperati.

Il cambiamento climatico ha già costretto milioni di persone a migrare dai propri luoghi di origine, in Africa, in Asia e in altre parti del mondo.

Le morti causate dalle alluvioni che ogni anno si abbattono in Uganda, l’Uganda di Vanessa Nakate, dove l’assenza di infrastrutture adeguate fa sì che le strade si trasformino in fiumi di fango, sono già irreversibili.

L’Africa è una delle zone maggiormente colpite dal cambiamento climatico, anche se è responsabile solo del 3% delle emissioni prodotte negli ultimi tre secoli. Il cambiamento climatico non solo non è uguale per tutti, nel senso che colpisce più duramente i Paesi più poveri che non hanno le infrastrutture per difendersi, ma è anche stato prodotto in modo non uguale da tutti, con i Paesi ricchi che hanno più responsabilità dei Paesi poveri: il cambiamento climatico è anche una questione di giustizia sociale, di giustizia climatica.

Il cambiamento climatico colpisce più duramente i Paesi più poveri, ma si fa sentire anche nei Paesi ricchi. Ricorderete l’estate scorse le alluvioni che hanno colpito l’Europa continentale, dove sono morte più di 200 persone, o le piogge record che si sono abbattute l’estate scorsa sulla Liguria.

Un’analisi dell’agenzia ambientale europea mostra che negli ultimi 40 anni, dal 1980 al 2019, gli eventi meteorologici estremi, che il cambiamento climatico ha reso più frequenti e più intensi negli ultimi anni, sono costati 72,5 miliardi di euro all'Italia107,4 miliardi di euro alla Germania, 67,5 miliardi di euro alla Francia. La transizione ecologica costerà, avrà bisogno di ingenti investimenti per cambiare il nostro sistema produttivo, ma costerà comunque meno rispetto a quello che pagheremmo in termini ambientali e sanitari per sistemare i danni provocati dal cambiamento climatico.

Ai tropici intere specie stanno scomparendo, mentre più a nord interi biomi si stanno lentamente spostando alla ricerca di temperature più fresche. Potrei parlarvi delle specie animali e vegetali che sono già state duramente colpite, dagli incendi o all’innalzamento del livello del mare.

Vi menzionerò soltanto un roditore australianoMelomys rubicola, che nel 2016 è stato dichiarato estinto: si tratta della prima estinzione di una specie di mammifero causata dal cambiamento climatico: era endemico di una piccola isola corallina Bramble Cay e la sua estinzione è dovuta alla perdita dell’habitat conseguente all’aumento del livello del mare e a tempeste che hanno colpito lo stretto di Torres.

Potrei parlarvi delle barriere coralline dell’Australia e di moltissime altre isole del mondo che stanno già morendo a causa del riscaldamento degli oceani e delle ondate di calore marine. Con loro stanno scomparendo interi ecosistemi marini e le economie basate sul turismo. La loro perdita è già irreversibile.

Potrei parlarvi della la foresta amazzonica che è drammaticamente vicina a un punto di non ritorno, perché non riesce più a rigenerarsi a causa della crescente siccità. Nel giro di qualche decennio la foresta potrebbe lasciar spazio a macchie di savana che gradualmente la sostituiranno.

E ancora ci sono già e sono destinati ad aumentare i problemi di sicurezza alimentare, dovuti a una diminuzione della produttività agricola in moltissime aree, e i problemi di sicurezza idrica, che tagliano la disponibilità di acqua in aree anche benestanti come la California.

 

Che fare?

Tornando quindi alla domanda iniziale da cui siamo partiti “Quando il cambiamento climatico diventerà irreversibile?” spero di avervi fatto capire che forse la domanda giusta da porci è semmai “Cosa dobbiamo fare per rendere meno gravi le conseguenze del cambiamento climatico?”

Gli ultimi rapporti IPCC sono stati molto chiari a riguardo: “le mezze misure non sono più un’opzione”. I governi nazionali e le organizzazione sovranazionali stanno lavorando a piani non solo di mitigazione, cioè di riduzione delle emissioni, ma anche di adattamento al cambiamento climatico, proprio perché alcune sue conseguenze ormai non sono più evitabili, sono già irreversibili e noi dovremo adattarci nel modo migliore possibile.

Le centinaia di scienziati che hanno partecipato ai gruppi di lavoro dell’IPCC ritengono che per mantenere il riscaldamento globale al di sotto di 1,5°C è necessario che il picco delle emissioni globali venga raggiunto prima del 2025. Poi avremmo 5 anni a disposizione per ridurre le emissioni del 43% entro il 2030 (rispetto ai livelli del 2005).

Dovremmo ridurle del 25% per stare al di sotto dei 2°C, che è la soglia massima che ci siamo dati e oltre la quale il sistema di regolazione climatica del pianeta va a gambe all’aria. L’Europa però si è posta un obiettivo ancora più ambizioso, ridurle del 55% entro il 2030 (rispetto ai livelli del 1990).

Come capite bene la finestra per l'azione è molto stretta: è il più classico degli "ora o mai più".

Abbiamo tutte le tecnologie e le conoscenze per farlo. Ciò che manca è la volontà politica di compiere un deciso passo in questa direzione.

“Gli impegni presi finora invece di diminuire le emissioni porteranno a un aumento del 14% delle emissioni. I maggiori emettitori non stanno nemmeno mettendo in pratica gli impegni presi per mantenere le loro già inadeguate promesse”. Queste parole che vi riporto le ha pronunciate Antonio Guterres, segretario generale dell’Onu, in occasione della presentazione dell’ultimo rapporto IPCC e proprio con le sue parole pronunciate vorrei concludere: “finora abbiamo assistito a impegni vuoti che ci consegneranno un mondo invivibile. Stiamo viaggiando ad alta velocità verso un vero disastro climatico: molte città sott’acqua, ondate di calore e tempeste senza precedenti, scarsità di acqua, estinzione di un milione di specie di piante e animali. Non è una fiction o un’esagerazione, è quello la scienza ci dice risulterà dalle attuali politiche energetiche. Arriveremo a raddoppiare il grado e mezzo di riscaldamento globale. Siamo sulla strada di un aumento di 3°C. Certi governi e uomini d’affari dicono una cosa e ne fanno un’altra. Detto in maniera semplice: stanno mentendoStanno soffocando il nostro pianeta con i loro interessi e investendo sui combustibili fossili, quando le rinnovabili sono soluzioni più convenienti, generano posti di lavoro e sicurezza energetica. Gli attivisti climatici sono a volte presentati come pericolosi radicali, ma i veri pericolosi radicali sono coloro che stanno aumentando le emissioni. Investire in nuove infrastrutture per i combustibili fossili è moralmente e economicamente una follia. Ma non deve andare per forza così. Dobbiamo triplicare la velocità della transizione verso le energie rinnovabili. Questo significa spostare gli investimenti dai combustibili fossili alle rinnovabili, ora. In molti casi le rinnovabili sono la soluzione più economica. Governi, istituzioni finanziarie e grandi corporazioni devono sostenere le economie emergenti in questa transizione”.

Non so a voi ma a me le parole di Guterres non suonano per nulla diverse da quelle più volte ribadite dai giovani attivisti per il clima. Forse è il caso che ascoltiamo un po’ più attentamente cosa hanno da dire questi ragazzi e queste ragazze.

Il Ben-essere puo' essere rappresentato dal fatto di usare la canottiera  d'inverno o la maglia della salute in Estate, protetti dall'aria condizionata che costa e riscalda il pianeta? Evidenziamo nuovi materiali che, copiando dalla natura, possono contribuire a raffrescare le nostre case in modo diverso. Strano non vi siano incentivi adeguati per il loro utilizzo, sopratutto nei nuovi immobili o per la ristrutturazione di quelli esistenti

Con l’aumento delle temperature globali, l’adattamento climatico è diventato una priorità urgente. Tra le soluzioni emergenti, i biomateriali raffreddanti offrono un'alternativa sostenibile ai tradizionali sistemi di climatizzazione, contribuendo a ridurre l'impatto ambientale e le emissioni di gas serra.

Il Paradosso dei Condizionatori: Raffreddare Riscaldando il Pianeta

L'uso crescente dei condizionatori d'aria, sebbene offra sollievo immediato dal caldo, presenta un paradosso ambientale. Secondo l'Agenzia Internazionale dell'Energia (AIE), nel 2018 erano in uso 1,6 miliardi di condizionatori, consumando circa il 20% dell'elettricità globale. Si prevede che questa domanda possa triplicare entro il 2050, alimentando ulteriormente le emissioni di gas serra.

Inoltre, molti condizionatori utilizzano idrofluorocarburi (HFC) come refrigeranti. Gli HFC sono potenti gas serra con un potenziale di riscaldamento globale (GWP) fino a 14.800 volte superiore a quello della CO₂. Nel 2019, le emissioni di HFC sono state equivalenti a 175 milioni di tonnellate di CO₂, contribuendo significativamente al cambiamento climatico.

Consumo Energetico dei Condizionatori in Italia: Un'Analisi Regionale

In Italia, l'utilizzo dei condizionatori varia significativamente tra le regioni, influenzato da fattori climatici e abitudini locali. Secondo un'indagine dell'Osservatorio SOStariffe.it e Segugio.it, nel 2022:

  • Emilia-Romagna: con 115 giorni estivi e 822 ore di utilizzo annuale, il consumo medio è di 493 kWh, rappresentando il 17% del consumo energetico familiare. La spesa annua può raggiungere i 154 euro nel mercato tutelato.
  • Sardegna: con 145 giorni estivi e 805 ore di utilizzo, il consumo medio è di 483 kWh, pari al 15% del consumo energetico familiare, con una spesa annua fino a 151 euro nel mercato tutelato.
  • Sicilia: con 139 giorni estivi e 762 ore di utilizzo, il consumo medio è di 457 kWh, rappresentando il 15% del consumo energetico familiare, con una spesa annua fino a 142 euro nel mercato tutelato.
  • Campania: con 139 giorni estivi e 731 ore di utilizzo, il consumo medio è di 439 kWh, pari al 15% del consumo energetico familiare, con una spesa annua fino a 137 euro nel mercato tutelato.

In media, una famiglia italiana spende tra i 79 e i 98 euro all'anno per l'utilizzo del condizionatore, con un consumo medio di circa 315 kWh, che rappresenta l'11% del consumo energetico annuale. Tuttavia, nelle regioni più calde, questa percentuale può salire fino al 17% .

Biomateriali Raffreddanti: Soluzioni Ispirate alla Natura

I biomateriali raffreddanti rappresentano una risposta innovativa e sostenibile a questa sfida. Basati su risorse naturali rinnovabili come il micelio, la nanocellulosa e la lignina, questi materiali offrono proprietà termiche avanzate senza la necessità di energia elettrica.

Applicazioni pratiche includono:

  • Edilizia: Pannelli isolanti a base di micelio o nanocellulosa possono rivestire pareti e tetti, mantenendo freschi gli interni senza uso di climatizzatori.
  • Imballaggi: Materiali biologici refrigeranti sono utili nel trasporto di alimenti e farmaci, mantenendo la catena del freddo senza energia aggiuntiva.
  • Finestre intelligenti: Film trasparenti nanostrutturati riducono la radiazione solare entrante, migliorando l’efficienza termica degli ambienti.

Alcuni design si ispirano direttamente alla natura, come le piastrelle di micelio che imitano la texture della pelle di elefante per dissipare il calore, o gli isolamenti ispirati al pelo di cammello, capaci di trattenere il fresco anche nelle condizioni climatiche più estreme.

Verso un Futuro Sostenibile

L'adozione di biomateriali raffreddanti potrebbe contribuire significativamente a ridurre la dipendenza dai condizionatori tradizionali, mitigando così le emissioni di gas serra e promuovendo un futuro più sostenibile. Investire in queste tecnologie rappresenta un passo fondamentale per affrontare le sfide del cambiamento climatico e garantire il benessere delle generazioni future.

In un mondo che si riscalda, è essenziale adottare soluzioni innovative e sostenibili per il raffreddamento degli ambienti. I biomateriali raffreddanti offrono un'alternativa ecologica ai condizionatori tradizionali, contribuendo a ridurre le emissioni di gas serra e promuovendo un futuro più verde e resiliente.

Attualmente, il trasporto aereo è uno dei mezzi di trasporto più dannosi per il clima. Nonostante rappresenti solo una parte relativamente piccola delle emissioni globali di CO₂, l’industria aeronautica ha un impatto sproporzionato sul riscaldamento globale a causa dell’altitudine a cui vengono rilasciati i gas serra e dell’elevata intensità energetica richiesta dal volo.

Ma un'importante innovazione scientifica potrebbe riscrivere il futuro dell’aviazione sostenibile. Un gruppo di ricercatori ha infatti sviluppato una nuova cella a combustibile che utilizza sodio e aria, in grado di generare energia con una densità energetica sorprendentemente elevata.

Un Salto Tecnologico: Come Funziona la Cella Sodio-Aria

La nuova tecnologia si basa su una reazione chimica tra il sodio — un metallo abbondante e a basso costo — e l’ossigeno presente nell’aria. A differenza delle tradizionali celle a combustibile a idrogeno, che richiedono infrastrutture complesse per lo stoccaggio e il trasporto del gas, la cella sodio-aria sfrutta direttamente l’aria come reagente, semplificando il sistema e riducendo il peso complessivo.

Il vero punto di svolta è la densità energetica: questa nuova cella può fornire una quantità di energia per chilogrammo che supera di gran lunga quella delle batterie agli ioni di litio, attualmente utilizzate nei veicoli elettrici. Secondo gli sviluppatori, si tratta di una densità sufficiente a rendere possibile il volo elettrico su lunghe distanze, persino per aerei di linea.

Impatti Ambientali e Vantaggi Economici

Se questa tecnologia verrà commercializzata su larga scala, potrebbe abbattere in modo drastico le emissioni di CO₂ del settore aereo. Inoltre, il sodio è molto più abbondante e meno costoso rispetto al litio, il che potrebbe rendere i futuri velivoli elettrici non solo più verdi, ma anche più economici da costruire e da mantenere.

Va però sottolineato che la tecnologia è ancora in fase di sviluppo: rimangono da risolvere questioni relative alla durabilità dei materiali, alla stabilità delle reazioni chimiche e alla scalabilità industriale.

Il Futuro del Volo è più Vicino

Con la crescente pressione per decarbonizzare tutti i settori dell’economia, incluso quello aeronautico, scoperte come questa rappresentano un faro di speranza. Le celle a combustibile sodio-aria potrebbero affiancare o persino sostituire le attuali tecnologie a combustibili fossili, aprendo la strada a un trasporto aereo finalmente compatibile con gli obiettivi climatici globali.

Il futuro del volo potrebbe essere più leggero, più silenzioso, e — soprattutto — più pulito. E potrebbe arrivare prima di quanto immaginiamo.

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